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storie e racconti

Il seme quiescente

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Testo di Viviana Stanzione

Luglio 2015, Cadice, Spagna

Sveglia ore 7:00. Doccia, colazione, preparativi frettolosi. Zaino sistemato con laptop, caricabatterie, hard disk da 1 tera, astuccio, quadernino, sigarette e accendino, telefono, abbonamento dell’autobus, borraccia e pranzo. L’inizio di una normale giornata lavorativa, identica a tutte le altre appena trascorse. 

Un ultimo sguardo allo specchio prima di lasciare il mio ostello per backpackers e sono pronta per uscire in strada, diretta alla fermata del pullman, io e il mio bel paio di occhiaie a seguito, tutto in regola.

È piena estate in Andalusia con temperature medie giornaliere di 38° C, la città di giorno è deserta, le spiagge sono tappezzate di turisti e dalla sera fino a tarda notte c’è un gran vociare nei vicoli di Cadice tra spagnoli, inglesi, francesi, tedeschi, australiani, giapponesi e io, senza ombra di dubbio,  non sono fra quelli che si godono la villeggiatura spagnola.

Sono arrivata in Spagna i primi di luglio per portare avanti un progetto che studia la migrazione degli uccelli e i loro comportamenti durante l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra. Un progetto ambizioso e in parte innovativo poiché prevede la raccolta delle informazioni non solo tramite l’osservazione diretta sul campo, con binocoli e cannocchiali, ma si avvale dell’ausilio della tecnologia radar. In breve, tramite i radar meteorologici, è possibile conoscere tantissime informazioni sui lunghi spostamenti degli uccelli: dove vanno? A che velocità volano? Quando si mettono in viaggio? Tutta una serie di numeri che, attraverso complesse analisi statistiche, si trasformano in utilissime informazioni per comprendere il meraviglioso mondo della migrazione animale. E’ un fenomeno complesso e profondamente affascinante per noi sapiens. La migrazione come un impulso innato, che si scatena negli animali in un preciso momento e che indica loro perfettamente dove andare, che rotta seguire e quando fermarsi. Istinto scritto nei geni.

Questo studio interessa il Dipartimento di Biologia dell’Università di Cadice dove io sono e sarò ospitata nei loro laboratori per circa tre settimane. Lavorerò otto ore al giorno, sola, aiutata di tanto in tanto dal mio tutor, in un asettico laboratorio deserto (è estate e l’università è poco frequentata dagli studenti), consumando il mio pranzo nella mensa universitaria e prendendo una boccata di nicotina 3-4 volte al dì. Tutta la meraviglia e la poesia che anima la mia passione e la mia voglia di conoscere il mondo animale si concretizza nel guardare tabelle, numeri, grafici e nel far girare numerose analisi statistiche. Gli uccelli e il loro affascinante viaggio migratorio sono per me diventati migliaia di puntini verdi in movimento su uno schermo nero. L’output del mio radar appunto.

Terminata la giornata di analisi, prendo nuovamente il pullman e in circa mezz’ora raggiungo il mio ostello. Dormo in un ostello per risparmiare sull’alloggio, però ho imparato che mai e poi mai ripeterò un’esperienza del genere. Quando devi alzarti presto per andare a lavorare, i mojito party non vanno d’accordo con la routine del bravo lavoratore!

I giorni si susseguono in maniera abbastanza ripetitiva, così come spesso accade nella vita di tutti i giorni.

Una sera, al rientro dall’Università, mi fermo a camminare sulla spiaggia, ormai libera dai bagnanti. In principio non penso a nulla, mi levo le scarpe, lascio la mente quieta e i piedi ad appoggiarsi sulla sabbia umida. Cammino in un rettilineo non definito, parallelo alla linea del bagnasciuga. Mi soffermo a guardare i colori dell’acqua marina al tramonto e respiro, profondamente.

C’è la bassa marea e dalla superficie dell’acqua affiorano alcuni scogli. Mi ci siedo sopra.

Con lo sguardo fisso, tra la linea del mare e la linea del cielo, rifletto sulla mia condizione, sul mio stile di vita, sul chi ero e su cosa sono diventata. Penso agli uccelli, adoro ascoltare i loro canti, osservare i loro bei piumaggi, perdermi nei loro infiniti voli che rapiscono la mia mente e dolcemente la portano via, a viaggiare lontano, lontano nelle mie fantasie. Gli uccelli, per me, rappresentano senza dubbio l’emblema assoluto della libertà.

E noi quanto siamo veramente liberi? Quando abbiamo acconsentito a vivere una vita che ci soddisfa poco? Quando ci siamo messi spontaneamente in gabbia?

Ancora rifletto su quelle migliaia di puntini verdi sullo schermo nero del mio laptop che mi fanno venire un gran mal di testa e mi dissociano dalla realtà. Questo lavoro mi regala continuamente delle abitudini malsane che mi portano alla sedentarietà. Vorrei stare all’aria aperta più tempo perché sento che mente e corpo ne sono affamati. Continuo a respirare la profumata aria salmastra e nutro i miei occhi di quel mare dorato.

E  poi arriva quel momento. 

Magari qualcuno te l’ha raccontato, magari l’hai visto in un film o l’hai sentito nel testo di una canzone. Ma ad un certo punto, nella vita, che sia a 20, 30 o 40 anni (ma potrei andare avanti con le decadi) arriva il momento in cui ti fermi e pensi seriamente: Ma è questo quello che voglio veramente fare nella vita?”

Porto l’attenzione al mio corpo, abbandonato negli ultimi anni poiché vittima di un continuo rincorrere il tempo, gli appuntamenti, le scadenze. Porto l’attenzione anche sulla mente, una mente stanca e denutrita, che si trova in un mondo che forse non le appartiene. Una mente che ha scelto la  strada del “tecnico di strumentazione radar” un po’ passivamente, mossa da un’agitazione alimentata dall’incertezza lavorativa del dopo laurea, in un paese dove, la figura come la mia, quella del naturalista è a contorni sfocati. 

Lascio vagare la mente ancora per un po’, quando a un certo punto, mi pongo tre domande:

Cosa mi piace fare? 

Cosa sono capace di fare? 

Come posso combinare ciò che mi piace con ciò che mi può realizzare professionalmente?

Sono le tre domande che hanno cambiato la mia vita nel giro di pochi minuti.

È come se un piccolo seme avesse trovato il terreno in cui germogliare, un terreno fertile e pronto ad accogliere le radici che nutriranno il piccolo germoglio. Quel germoglio crescerà fino a diventare un esile fusto erbaceo e, un giorno, potrebbe diventare una solida e stabile quercia.  Un seme quiescente, aveva solo bisogno di tempo.

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